progetto MI-NOS


da I Re di Julio Cortazar

Sulla costruzione di un palazzo-prigione, su di un mostro signore di quel palazzo, su di un re giocato dal fato, su un eroe venuto da lontano, si è progressivamente indagato secondo linee e filamenti dal preciso scrupolo storico. Creta, la civiltà minoica, la potenza legiferatrice di un solo uomo, l’irriducibilità di una natura sempre multiforme, se non sopportano identificazioni nella storia, valgono comunque lo spazio dell’utopia e una riflessione sulla stessa.Il racconto del mito del Minotauro si snoda attraverso i testi di Omero, Apollodoro, Ovidio,Plutarco partendo da lidi fenici per giungere alle terre minoiche. La tradizione classica si carica di ulteriori sensi e significati nel ventesimo secolo. Il labirinto da semplice escamotage tecnico-architettonico ed ancor prima, percorso a spirale dall’inevitabile riemersione alla luce al termine di un viaggio oscuro e scomodo, teso a simboleggiare l’inestricabile connessione morte-vita vita-morte, diviene simbolo delle deformazioni, delle atrocità, delle brutture di un sistema politico sempre più macchinolatrico. Insomma ai nostri occhi il labirinto è la vita che rovina, è sfacelo che produce sfacelo, dove la tanto celebrata corsa alla soluzione non è che un innalzare paraventi su paraventi. Si ha quindi la sensazione di essere supportati da un filo risolutivo, che in realtà è solo uno spezzone destinato ad assecondare il nostro illusorio cammino. Anche la sorte del Minotauro è mutata. Non più esotico animale di una tana fantastica, piuttosto scomodo nucleo dei nostri labirinti mentali. Il Minotauro, non più mostro da annientare, è la diversità occultata da cercare, accettare e rivelare. Volontà deviante e arbitrio punitivo vengono così alla luce. Il momento della sua morte assume un valore paradossale; non è una sconfitta, si tratta piuttosto della sua ultima nascita. Chinando il capo e offrendo la vita a Teseo, si eternizza liberandosi definitivamente dal labirinto. Il suo lasciarsi morire tronca ogni decantata e sterile analisi della tana in cui si trova gettato. Il Minotauro cade e rilancia in modo ubicuo l’incubo del labirinto. In questo gioco di rovesciamenti, l’unica figura non capovolta è Teseo, che per un curioso processo di sottrazione si vede impoverito nella sua dimensione di eroe. Paradossalmente l’azione dell’ateniese diviene , per sovrapposizione di attributi, agire ridicolo. Lo vediamo, quindi, muoversi con il sapore della frode in bocca, la spada che impugna ha le stigmate dell’imbroglio; è lo smargiasso burocrate, Teseo, lui amministra l’esistente tenendolo lontano dal recupero del rimosso e dalle salutari vertigini. Il nostro immaginario , i pensieri, le riflessioni si sono coniugati perfettamente con “I RE” di Cortazàr, poema drammatico del 1947. Testo poco rappresentato a teatro, è il meno che si possa dire, “I RE” , unica fatica drammaturgia del Sudamericano, chiude un’epoca anziché aprirla. Sebbene si tratti infatti dell’esordio letterario del Nostro, siamo comunque di fronte ad un lavoro che è una sorta di lunga citazione dei primi studi e degli esercizi di stile ruminati in gioventù intorno al mito. Anche per noi lavorare con questo testo significa concludere una fase .Nel suo modo d’intendere il Minotauro, come potenza della saggezza, abbiamo ritrovato la possibilità di strappare facili etichette. Siamo riusciti a ragionare sui giochi di potere e su come questi gestiscano anonimamente il corpo. Già il titolo del testo, inequivocabilmente, ci riporta alle tre figure di potere attraverso cui si distende la vicenda:Minosse, sapere del potere; Teseo, fisicità del potere; Arianna, vittima del potere. Minosse è l’indiscusso potere centralistico e garantista, unico conoscitore delle leggi degli uomini, che ponendosi come supremo giudice degli eventi, si vede costretto dagli stessi ad attivare un paranoico mascheramento dei suoi errori ; lampante dimostrazione del suo essere comunque uomo tra gli uomini. Indubbiamente utilizza una politica a noi oggi nota:uniformare ghettizzando le diversità. Teseo, figura autostrumentale del potere si affianca alla figura di Minosse: uomo che protende al potere, forte di qualità eroiche come la furbizia, l’astuzia e il coraggio, che non sarebbero bastate senza l’ausilio di Dedalo e Arianna; in realtà semplicemente un predestinato. Possiamo affermare con tranquillità il suo essere funzionale ad un sistema, estraendo la spina dal fianco del potere minoico. Arianna, trascesa dal potere, si rivela incapace di ogni comunicazione con lo stesso.Il suo far leva su motivazioni altre dal piano politico e militare del padre, se le dà una dimensione eroica ,la relega inesorabilmente in un chiassoso e sterile decentramento. Lo scontro con gli intenti e le dinamiche del genitore, l’amore oltremodo morboso per il fratellastro, l’incapacità d’imporsi a Teseo testimoniano, inevitabilmente, inattività e staticità, ossia vittimismo. Abbandonando, quindi, comode e imparziali posizioni entra a far parte dei giochi, divenendo un personaggio da gestire, emarginare e ignorare. Carnefici e sacrificati si confondono mentre la ricerca di una realtà verità risulta essere irrisolvibile a chi tenti da solo di comprendere quelle sensazioni invisibili di cui è permeato.Soltanto con le sinergie collettive si riesce ad esorcizzare l’invisibile grazie alla ritualità. Radunarsi , guardarsi, danzare insieme sono da sempre propellente energetico necessario. L’assenza di didascalie, la semplice forma dialogica che si sposa ad un linguaggio poetico ostico ma abitabile, sono lo strumento dello sciamano Cortazàr;ci si immerge quindi nell’immaginario teatrale:un fuoco si accende, si muovono figure, gli spazi si vestono. Tenendo presente i risultati delle alchimie già raggiunte dai maestri, ricerchiamo nuove formule che non siano il facile effetto e lo shock fine a sé stesso.Il nostro lavoro è un’espressione che nasce, è agitata, è stimolata, è guidata dagli avvenimenti interni ed esterni; tutto si sviluppa e parte dall’origine:un corpo si trasforma agendo sull’esterno, manifestando la vita emotiva interna.Bisogna riportarsi a sé stessi , per riuscire ad essere veramente autentici! La ricchezza di ciò che si riporta all’esterno dipende dalla ricchezza che c’è all’interno di ognuno di noi.Si dà educazione della coscienza interiore attraverso un lavoro armonico ed equilibrato sulla parte esterna di sé. Non c’è identificazione col personaggio ma CONOSCENZA del personaggio attraverso di sé e CONOSCENZA di sé attraverso il personaggio. L’esperimento è sorretto dalla comune sensibilità sociale e opinione tematica: si cerca insieme di provare le possibilità del corpo e di verificare come le corde di questo risuonino all’armonico arpeggio testuale. Lo spettatore non è perciò al di fuori del testo; è solo fuori della coscienza interiore dell’attore:parte integrante, tuttavia, del suo processo di crescita esterna. Non si lavora in funzione dello spettatore che rimane il compagno ignorato e necessario al tempo stesso. Ci immergiamo con lui in un gioco dove tutti i sensi sono sollecitati, ed in questa alterazione manteniamo attivo l’ascolto, al fine di ottenere quella concentrazione che fa la differenza tra la vita e il teatro. Cerchiamo, così, di creare le condizioni per celebrare il rito passando attraverso i diversi gradi di una sinusoide emozionale che raggiunge il culmine non con applausi, inquinati dall’abitudine, ma con un vivo SILENZIO. Il nostro esperimento esige un’interazione di sforzi sottesi da una tensione comune all’interno di un’elettricità che sia ENERGIA DUREVOLE e non vacua esibizione.

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