la dida dell'altro lato della diga che non finisce mai…


Il teatro di strada come possibilità di catturare, distrarre l’uomo dalle azioni del quotidiano, con figure, gesti e suoni di una vita che risiede nell’immaginario.

La strada è ruvida, il teatro è confortevole; il pubblico di strada è spietato; quello dei teatri è misericordioso anche quando si annoia; la strada non autosuggestiona, il teatro si; la strada non rassicura gli attori né chi in strada assiste ad un “lavoro”; il teatro , invece, per certi versi è più comodo con gli attori che in anticipo sanno benissimo cosa è permesso e cosa non è permesso ad un pubblico convenzionale. Il teatro di strada ci permette di utilizzare un contesto architettonico e sociale corredato di colori ed odori, incorniciando di “velluto rosso” uno scorcio, un muro, un portone… Il risultato è un’oasi di sguardi altri nel mare magnum della frenesia impiegatizia delle cosmocittà. Il viandante è una forma di energia “impazzita” per l’attore capace di mutare l’effimera presenza in ascolto meravigliato; il viandante non chiede nulla e dà se rapito; lo spettatore medio di un teatro rispettabile dà in proporzione a quanto egli chiede gli sia comunque dovuto. Il passante sceglie di divenire pubblico-attore interpretando il suo essere ed il suo sentire in quel preciso istante. Il rapporto che in tale circostanza si viene a creare tra attore, pubblico e strada è incontaminato, e ricco di curiosità e di interesse reciproco. In strada il messaggio è più diretto; non vi devono essere rimandi; in strada il disincanto del mondo è terrificante; il teatrante è nudo, non è protetto dalla rispettabilità del palcoscenico; è gettato alla terra e alle sue sconcezze; dev’esser temerario e non può permettersi corbellerie; la strada può ucciderlo, ma se la reiventa in un circolo comunicando, allora l’attore si rafforza.Tutto questo è un andare a scoprire volta per volta ciò che si vuole dire ma , soprattutto, ciò che può accadere. L’idea de “La Dida dell’altro lato della diga che non finisce mai…” nasce e si sviluppa utilizzando due forme di linguaggio: la scrittura e l’immagine teatrale. Lo spettacolo di strada deve necessariamente ammantarsi di una determinata aura, deve far leva su un improvviso emergere di un’istanza capace di creare aspettativa, tensione, sorpresa. La gente va informata su quello che accadrà pochi minuti dopo in maniera sottile, diremo quasi “tangenziale” rispetto al contenuto della rappresentazione stessa. Partendo da mezzi banali e di “strada” appunto, come la distribuzione di volantini, s’induce la gente che passa, che anonimamente passa, ad una strana riflessione sul tempo e sul futuro che il tempo dello spettacolo tuttavia annullerà in un orgia di colori che distrugge la tensione in precedenza convogliata in favore di qualcosa di liberante che si è da secoli deciso di chiamare teatro. In questo modo si utilizza il tempo ed il discorso sullo stesso in una prima fase per trasfigurare il luogo deputato e incantare gli spettatori, quindi l’incanto diviene un incatenare il pubblico al momento della nostra proposta. Il tempo del volantino incanta il tempo degli uomini, lo spettacolo li incatena definitivamente dando spaccio al tempo convenzionale. Ora per il protagonista Tivadar il più è fatto. Si può cominciare. Lui scende dalle steppe bulgare per giungere in Italia sostenendo di possedere la soluzione a tutti i problemi. Le sue promesse e dichiarazioni di poetica con annesse teurgiche rassicurazioni vertono su un testo che annullerebbe i precedenti per la massima sapienza in esso contenuta. Una sorta di “faro” ineludibile per gli intellettuali e gli scienziati del mondo intero. Un libro capace addirittura di guarire i meno fortunati, nessuno escluso. Le proposte che avanza non reggono; il libro definitivo, quello che insegnerà a curare il cancro, a non prendersela mai troppo, perché in definitiva l’importante è non prendersela mai troppo qualunque cosa accada, come del resto gran parte del persone sa, palesemente non esiste. Eppure il ciarlatano bulgaro fidando sulla complicità di avventori che costituiscono il suo strambo seguito miete ad ogni assurdo giro delle vittime, i patetici mal capitati della sua insaziabile millanteria. Muovendosi a bordo di un carretto dove “trasporta” camuffato la sua improponibile storia, Tivadar indefessamente recita il racconto infinito del libro-balsamo che soppiantò le commedie e i dolori antichi. Ha come alleati due suore, un gobbo compiacente e “veloce”, ed un assistente ipnotizzato di nome Pazov. Costoro non esistono, non sono credibili, o forse sono sempre esistiti a teatro dove da tipi maledetti continuamente ritornano. Il loro è “il ballo della cultura”, una danza dionisiaca che accompagna il rogo dei capolavori che furono. Il bene e il male dai contorni mai veramente definiti si fronteggiano in un brillante finale che vede l’apollinea e fragile razionalità di un ebreo cedere alla sua stessa ingordigia e curiosità bene alimentate da un Tivadar in gran forma. Tivadar si nutre del desiderio e lo vende. Lo spettacolo di che cosa si nutre? Di forme non ben definite, di forme appena tali, di forme non forme.

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