Un pianoforte al confine

Suona nel silenzio della disperazione un pianoforte. Si susseguono le note che scorrono, saltellano tra i tasti bianchi e neri. Un bianco accecante si installa nel mezzo della terra di nessuno e di tutti. Sembrano colpi alle morali, alle dinamiche internazionali, quelle note. Che l’arte, la musica  sia un linguaggio universale, che si occupi di sollecitare le anime come le menti, è un dato universalmente riconosciutole. L’arte che incontra il disagio, la sofferenza è un’immagine simbolo. Un’immagine ripetuta, osannata e attualissima. Laddove il dolore, la sofferenza, la speranza muore; l’arte crea un ponte di conforto, fortezza, speranza. Stupire è un must degli artisti. Farlo nel modo più semplice ed efficace, è roba da artisti con la “A” maiuscola. È quello che è accaduto a Idomeni, palcoscenico odierno del disagio dei profughi. Idomeni ha adottato una tenda come casa d’arte. Risulterebbe una nota stonata, invece non lo è. Un pianoforte suona in un campo profughi.

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